Nessun uovo non fecondato si anniderà mai.
L’annidarsi è essere adottati.
La terra è mia madre.
Mia madre fu la mia terra.
R. D. Laing (1)
Diego nasce alla 38°
settimana di gestazione da taglio cesareo elettivo, la mamma è una
precesarizzata. Fino a quel momento Diego aveva fatto il suo dovere,
mettendosi in posizione cefalica, ma senza fretta, perché non aveva
avvertito alcun segnale che gli indicava di doversi impegnare.
Nessun avvertimento biochimico o ormonale, nessun segnale meccanico,
nessuna comunicazione tra lui e la placenta, nessun vero dialogo tra
il suo cervello e quello della mamma. Lui non poteva sapere che quel
cerchiolino sul calendario in cucina stava ad indicare che mercoledì
mattina alle 8, in una moderna sala operatoria, il suo mondo sarebbe
definitivamente cambiato. Quando la mano guantata lo estrae con
attenzione, ma senza chiedere il permesso, il suo viso è una enorme
unica smorfia; esce come da un sifone trascinandosi tutto il suo
liquido (è proprio suo, l’ha prodotto lui). Come giustamente si usa
dire: Diego viene alla luce; la luce della vita? No, la luce della
scialitica (anzi due, di fabbricazione tedesca).
Con gesti rapidi e
sicuri viene immediatamente separato dalla sua placenta; ‘la
placenta è l’unico organo del corpo che si butta via’ (2).
L’Apgar si dà al termine
del primo minuto, ma Diego inizia a respirare al terzo secondo, e a
otto secondi mostra già tutti i dieci punti. E continua a piangere;
ma, ‘neonato che piange, anestesista che ride’. In effetti tutti
ridono e si complimentano a vicenda; anche Diego riceve molti
complimenti, ma lui non gradisce e continua a piangere. L’ostetrica
che l’ha preso per portarlo sul lettino tenta di calmarlo
asciugandolo e avvolgendolo con un telo tiepido. Respira già bene e
quindi non viene aspirato; anche la luce del lettino viene spenta
per non disturbarlo inutilmente, ma lui continua a piangere. E’ così
arrabbiato da inarcarsi in opistotono, anche gli arti sono rigidi.
Fortunatamente questo atteggiamento dura poco, altrimenti anche il
respiro avrebbe cominciato a farsi difficoltoso.
Viene avvolto più
stretto nel telino per dargli un confine e una sponda di appoggio,
ma lui continua a piangere. L’anestesista ora non ride più ed è
stupito da questa disperazione ‘perché fa così? cosa c’è di meno
traumatico che nascere da cesareo senza neppure la fatica del
travaglio?’. Queste parole mi colpiscono, anche se dal punto di
vista del medico, o semplicemente di un adulto, sono logiche. E’ dal
punto di vista di Diego che invece sono prive di senso.
Cerchiamo di capire
perché.
Tecnicamente Diego nasce
con un parto precipitoso; non è possibile concepire un modo per
nascere più veloce di questo. Senza travaglio non gli è stata
possibile alcuna preparazione e neppure alcuna partecipazione.
Soltanto aspettando l’inizio spontaneo del travaglio avremmo potuto
capire quando Diego era pronto per nascere. E’ anche per questo che
i nati a termine da taglio cesareo senza travaglio, hanno un rischio
di patologia respiratoria da difficoltoso adattamento circa sette
volte maggiore dei nati da parto spontaneo (3).
La mancata
partecipazione fisica ed emotiva al travaglio e al parto,
impediscono l’attivazione di quei raffinati movimenti fetali di
locomozione e propulsione che Milani Comparetti identificava come
repertorio innato del feto, in grado di dare inizio agli automatismi
primari (cioè quelle competenze geneticamente programmate che
attivate dall’esperienza e dall’ambiente danno origine a importanti
funzioni adattive) (4).
Cerchiamo di immaginare
come Diego ha vissuto fino a pochi secondi dalla nascita.
Avvolto dal liquido, in
assenza di gravità, massaggiato continuamente dalle pareti morbide,
lisce e pulsanti dell’utero, accompagnato da suoni continui (interni
ed esterni al corpo materno), in perenne e ritmico dondolio. Diego
come tutti i feti per nove mesi è un bambino ‘viziato’; in utero
infatti il bisogno viene soddisfatto prima ancora di essere
percepito, in quello stato è assente la percezione di mancanza. La
fame e la sete vengono annullate da una placenta prodiga, simile
alla manna del racconto biblico, un nutrimento pronto e non
conservabile, in una posologia definibile quanto basta.
Se approfondiamo il
nostro sforzo di immaginare la vita fetale di Diego, riusciamo a
intuire che per lui (ancora privo di individualità consapevole)
mondo interno e mondo esterno coincidono; lui è anche la sua
placenta, ma anche il suo utero, e anche la sua mamma. Per alcuni
mesi dopo il parto Diego non avrà una mamma, perché la mamma
continuerà ancora per un po’ ad essere percepita come una parte di
sé. In utero ha vissuto buona parte del suo tempo in una sorta di
dormiveglia, in sonno attivo (e questo ha favorito il suo sviluppo
cerebrale) (5). In realtà Diego non è in grado di distinguere tra la
veglia e il sonno, tra la realtà e il sogno; e poiché quando sogna
non sa di sognare, vivrà il suo sogno con la stessa intensità della
veglia attiva.
Diego fino al momento
della nascita ha vissuto soltanto il tempo uterino, che è un
non-tempo, con caratteristiche di costanza e prevedibilità, dove il
ritmo è dato dalla periodicità biologica dell’organismo materno e
fetale. E’ proprio questa coerenza dell’esistenza fetale a
caratterizzare il mondo uterino, dove la coscienza emozionale è
rappresentata da una percezione sensoriale globale, nella quale la
dimensione cognitiva ed affettiva coincidono.
Come ogni feto Diego è
un soggetto sinestesico, incapace di separare e catalogare con un
pensiero razionale e simbolico la natura delle proprie percezioni ed
emozioni. Lui è il suo corpo, ma questo corpo comprende anche
l’ambiente nel quale è inserito, e il suo ambiente arriva fin dove
la sua capacità percettiva è capace di giungere.
Quando Diego nasce è
quindi un bambino ‘viziato’ che non può fare a meno dell’esperienza
fatta in utero, un’esperienza che potremmo definire di
‘relazione-senza relazione’ (dove appunto 1+1 fa esattamente 1); nel
momento in cui nasce deve iniziare a sperimentare una nuova forma di
esistenza (e a questo punto nella logica della nascita 1-1 farà 2).
Adesso occorre costruire una relazione vera tra due o più individui,
ma a Diego occorreranno mesi per capire o intuire questa difficile
verità.
Ritorniamo ancora a
Milani Comparetti che oltre vent’anni fa, con profetica lucidità,
definiva la nascita ‘un evento che agisce come organizzatore di
nuovi e diversificati fattori biologici e relazionali’, e
sottolineava la ‘continuità del processo evolutivo ontogenetico’ nel
quale ogni nascita è inserita (6).
Il dialogo biologico e
psicologico, che caratterizza la relazione madre-bambino iniziata in
utero, con la nascita non si interrompe, ma si riconverte e si
riorganizza; madre e bambino iniziano un rapporto nel quale ognuno
di loro è contemporaneamente soggetto e oggetto.
La voce della mamma rappresenta il primo forte collegamento con la
vita prenatale; sappiamo che per buona parte della vita fetale
l’udito appare ben sviluppato e attivo, permettendo quella che viene
definita memoria intrinseca o evocativa (7). Il timbro, il tono e la
musicalità della voce materna può essere considerato la prima forma
di collegamento tra l’endo e l’esogestazione. Ogni altro suono sarà
nuovo, sconosciuto, disturbante, incapace di evocare alcunché.
Studi di neurofisiologia
hanno mostrato la diversa attivazione cerebrale prodotta nel neonato
dalla voce materna – il motherese - rispetto alla comune voce
dell’adulto, dimostrando che il neonato, fin dal settimo mese di
gestazione, è capace di processare la qualità dei suoni
discriminando le componenti linguistiche (5,8).
Quando il neonato si
rilassa, ritrova un nuovo equilibrio sensoriale e una nuova
dimensione cinestesica, arrivando ad aprire gli occhi. Inizialmente
‘vedrà senza guardare’ non potendo vedere nulla di noto (neppure il
volto materno); occorrerà un po’ di tempo per mettere in
collegamento il volto della madre con la sua voce, il suo odore, il
suo tocco, il suo seno, il suo latte, ….
Il contatto col seno
riporta il neonato alla prevedibilità e alla coerenza uterina. Per
lui la realtà è ancora sinestesica: quando succhia il seno, con la
bocca beve il latte e con lo sguardo beve il viso della mamma;
intanto annusa, tocca ed è toccato. Durante l’allattamento i suoi
sensi sono particolarmente attivi e sinergici; così nel momento
della poppata sono tantissimi i bisogni che vengono
contemporaneamente soddisfatti: fame, sete, calore, contenimento,
contatto, visione, …e per un po’ si realizza una nuova rassicurante
omeostasi.
Durante la suzione del
seno il neonato riesce ad addormentarsi direttamente in sonno REM,
cominciando immediatamente a sognare; ma a sognare cosa?
probabilmente sogna di poppare oppure di essere tornato nella pancia
‘dove ogni bisogno è soddisfatto prima di poter essere percepito’.
Il passaggio da feto a
neonato è un processo biologico e psicologio che coinvolge
principalmente il SNC (gli altri organi e apparati sono coinvolti
solo secondariamente). Nelle ultime settimane di gravidanza il
tronco cerebrale ha terminato la sua maturazione e la corteccia ha
iniziato ad integrarsi con le strutture sottocorticali permettendo
l’elaborazione delle esperienze sensoriali. Attraverso la plasticità
cerebrale, le stimolazioni e le interazioni con l’ambiente producono
condizionamenti e modifiche strutturali sulla maturazione cerebrale,
sia nell’ultimo periodo fetale che nei primi mesi di vita (5).
Il percorso da feto a
neonato potrebbe essere considerato una forma di ‘ricerca di senso’,
inizialmente di coerenza ed equilibrio e subito dopo di maggiore
organizzazione.
Potremmo anche
paragonare il neonato ad un adolescente, entrambi vivono infatti una
faticosa e stimolante esperienza di transizione tra un mondo
definitivamente perduto e un altro completamente nuovo da costruire.
Ma come aiutare questo
‘adolescente’ privo di coscienza e pensiero simbolico, innamorato
folle della propria madre? Come aiutare questo individuo incapace di
riconosce la realtà, ma che nella realtà si trova a vivere
completamente esposto, privo di filtri e difese?
La nostra specie vive il
primo semestre di vita mantenendo funzioni di natura fetali, e per
questo parliamo di esogestazione. Per Winnicott il neonato al
momento della nascita non è ancora pronto per nascere e Selma
Fraiberg ha osservato che ‘gli avvenimenti della sua vita sono senza
connessione’ (9).
Se vogliamo rendere più
facile al neonato la sua disperata ricerca di equilibrio, dobbiamo
mettere ordine e coerenza nella ‘confusione’ delle sue percezioni,
ricordando, come osservava J. Korzack, che egli pensa per ‘emozioni
e sentimento’ (10).
Diego ha mostrato in
modo eclatante tutto il suo bisogno di adattamento, ma anche la sua
mamma e il suo papà non sono esenti da bisogni speciali ed
emotivamente importanti.
Il loro primo bisogno
nasce dalla necessità di vedere, di ascoltare e di toccare il
bambino, di sentirlo vivo (a noi medici invece interessa la sua
vitalità,… non è la stessa cosa). Ma subito dopo compare il bisogno
di essere visti da lui, e poi di essere toccati, fino ad arrivare ad
essere ‘mangiati’ da lui (anche se inizialmente è solo un piccolo
assaggio).
In un attimo compare il
bambino reale, quello vero, che sostituisce quello immaginato; ma il
neonato immaginato è anche un po’ temuto, e quindi occorre che una
persona di fiducia dichiari esplicitamente: è sano e sta bene (anche
se la cosa fosse già di per se evidente).
Il tenere in braccio
rappresenta il termine della fatica della gravidanza e lo scopo del
dolore del parto, ma è anche l’inizio vero e proprio di un progetto
esistenziale che può essere guardato e toccato. In questo momento si
colma, in maniera quasi automatica e inconscia, quel senso di vuoto
di una pancia disabitata, dove improvvisamente non avvengono più
movimenti e azioni.
Questo processo può
essere rapidissimo, oppure può durare a lungo se il neonato viene
portato via, se il bambino invisibile della pancia non si mantiene
in continuità col bambino tenuto in braccio; il bambino che ritorna
lavato e vestito, può essere percepito come un altro bambino.
Ha scritto una mamma: il
risveglio dall’anestesia del cesareo è stato strano, non c’era più
la pancia e non c’era più mia figlia (…) Era tutto talmente
doloroso, un vero incubo, era come se non avessi partorito, mi
comportavo come se mio figlio non fosse mai nato, come se non fossi
mai stata incinta, altrimenti non avrei retto quel distacco
innaturale (…)
E’ molto difficile per
il personale ospedaliero aiutare un neonato disorientato, lo
dimostra la facilità con la quale viene accettato il suo pianto. Il
pianto non è una semplice forma espressiva (altrimenti i neonati
canterebbero!) e neppure una ginnastica respiratoria (sic), il
pianto serve per sperimentare la consolazione. Quando noi restiamo
senza reagire a urla e pianti insistenti siamo come giornalisti
inviati di guerra che al fronte, in poco tempo, assumono
atteggiamenti distaccati e cinici; il nostro è un normale
atteggiamento di difesa, ma il rischio è di creare un ambiente
anaffettivo, dove anche i genitori per condizionamento e imitazione
possono vedere prosciugarsi o bloccarsi la loro sensibilità e
affettività inconscie (11).
Come operatori sanitari
possiamo invece aiutare i genitori a essere emotivamente
disponibili, favorendo la loro predisposizione all’accudimento,
incoraggiando il fare, rassicurando e rispondendo ai dubbi e se
necessario prevenendo i pregiudizi inespressi: ‘signora, forse il
bambino vuole essere preso in braccio e coccolato, provi a prenderlo
con sé, adesso che è ancora piccolo non corre nessun rischio di
viziarlo’.
Dobbiamo anche evitare
di confondere la puericultura con il maternage: la puericultura
riguarda le prassi e le modalità di comportamento degli operatori,
mentre il maternage comprende l’insieme delle azioni e degli
atteggiamenti che permettono alla madre di prendersi cura del
bambino. La puericultura può essere standardizzata e normata da
protocolli, mentre il maternage è sempre e solo personale, unico,
dinamico e creativo.
I due ambiti possono
contaminarsi positivamente: gli operatori possono personalizzare il
loro agire e migliorare la loro sensibilità, i genitori possono
acquisire un saper fare facilitato e più fiducioso. Occorre però
evitare incoerenza e confusione tra i ruoli: la mamma che diventa
una brava e precisa infermiera del figlio, l’operatore che
sostituisce la madre in mansioni che esprimono un’importante valenza
relazionale, come ad esempio l’alimentazione o il tenere in braccio
(scriveva con un po’ di perfidia Winnicott: non lasciate che una
persona prenda in braccio il vostro bambino, se capite che ciò non
ha alcun significato per lei) (12) .
Come operatori dobbiamo
puntare ad affinare sensibilità e attenzione nel cogliere le
sfumature tra la relazione genitori-figlio, ‘pulendo’ il nostro
linguaggio, favorendo intimità e rassicurazione; dobbiamo crescere
nella consapevolezza che qualunque nostra procedura o azione non
potrà mai essere neutra e, se non necessaria, diventerà
immediatamente un ostacolo ai processi di adattamento e di bonding
(13,14).
Usando per un attimo la
prospettiva del neonato, proviamo a chiederci: alla nascita il
neonato si aspetta di essere messo in una culla o di essere preso in
braccio? Tenere in incubatrice per alcune ore dopo il parto un
neonato che non ne ha bisogno, significa sostituire il dialogo
uterino che si è improvvisamente interrotto, con un ambiente neutro
e anaffettivo, che il neonato non è in grado di comprendere e di
gestire; l’incubatrice è un oggetto col quale non è possibile
interagire e che impedisce ad un neonato reattivo di organizzare una
relazione primaria, minando così la sua ricerca di equilibrio col
nuovo ambiente.
Sono ormai numerose le
evidenze che mostrano la superiorità del contatto pelle a pelle
rispetto all’incubatrice per stabilizzare la termoregolazione
nell’immediato postpartum (15). Come già evidenziato per
l’allattamento, anche il contatto madre-bambino subito dopo il parto
assume molteplici valenze, coinvolgendo l’insieme delle componenti
psicofisiche del neonato e producendo effetti di gran lunga
superiori alla pratica tout court (16,17).
Siamo tutti consapevoli
che il primo periodo dopo la nascita rappresenta un momento
privilegiato per la costruzione dei processi di attaccamento tra i
genitori e il bambino. La teoria di Bowlby è stata definita una
teoria ‘spaziale’, nel senso che necessita di contatto diretto e
vicinanza costanti, a mio avviso è anche una teoria ‘temporale’ che
richiede tempi e modi privilegiati, il cui riferimento sono il ritmo
e la periodicità uterine. In questa fase sarebbe quindi
particolarmente utile posticipare gli interventi non strettamente o
immediatamente necessari (18).
Occorre che riscopriamo
e affiniamo un saper fare che promuova la normalità (Milani
Comparetti parlava di semeiotica positiva) affinché la fisiologia
possa rimanere tale e la cultura del nascere non venga contaminata
da mansioni e procedure che non le appartengono.
Salvaguardare la
‘normalità’ di un neonato significa non aspirarlo se sputa e
tossisce, significa interrompere il bagnetto se questo lo fa
piangere, vuol dire attivarsi per portarlo rapidamente ad uno stato
di tranquillità (Apgar 12?) (19), posticipando la profilassi
antiemorragica e oftalmica almeno di una paio d’ore dopo la nascita.
Anche sul neonato è
possibile fare azione di empowerment, al fine di canalizzare e
finalizzare le risorse e le energie di cui la natura lo ha fornito.
(20,21)
Siamo stati capaci di
portare la ‘mortalità perinatale’ a percentuali bassissime, ma
adesso a quali percentuali pensiamo di riuscire a portare la
’felicità perinatale’?
Come operatori possiamo
chiedere a noi stessi di farci educare dalle nascite e dai neonati
che incontriamo ogni giorno; ma un cammino educativo presuppone la
disponibilità ad un costante cambiamento, sia individuale che di
gruppo.
Ai genitori invece
spetta il compito di attivare sentimenti forti ed empatici, come
scrive Winnicott, per ‘presentare al bambino il mondo in un modo che
abbia senso per lui’ (12). Inizialmente soltanto la mamma
(l’ambiente uterino da poco abbandonato) è in grado di fare da
filtro col ‘mondo esterno’ minimizzando stimoli ed esperienze per il
neonato incomprensibili e poco tollerabili, facilitando invece i
necessari adattamenti per riconquistare l’equilibrio perduto.
In un certo senso un
neonato separato dalla madre è un neonato ‘malformato’, perché privo
di qualcosa di essenziale; egli può essere considerato un sistema
omeostatico aperto, regolato dai processi di attaccamento e di
interazione con la mamma. La regolazione che la madre esercita su di
lui è definitiva e potrà riattivarsi anche nella vita adulta ogni
volta che si realizzeranno condizioni e bisogni primari.
Attraverso
l’allattamento la madre è in grado di tramutarsi da nutrimento
biologico a nutrimento emotivo, trasformandosi in esperienza
totalizzante. Così come dalla placenta per nove mesi sono passati i
nutrienti per vivere e per crescere, dopo la nascita è il seno a
fornire sostanze vitali che, come il sangue placentare, hanno
origine direttamente dal corpo materno.
Già Ludovico Dolce nel
1547 definiva il latte di donna ‘sangue bianco’ e spiegava: ‘provide
la natura alla nudritura de fanciulli, convertendo con meraviglioso
artificio il sangue in latte, affine che quello aspetto non
spaventasse’ (22). Effettivamente il latte della mamma mantiene il
neonato in stretta dipendenza biologica, permettendogli di
continuare a cibarsi di lei. La separazione dal corpo materno è resa
lenta e progressiva, limitando così il ‘trauma’ di una nascita
inevitabilmente sempre troppo veloce.
Nel 1794 nel suo
Discorso sopra l’allattamento de’ bambini Antonio Fantini osservava
che ‘porgendo il seno al figlio la madre sente una porzione della
sua esistenza passare in quella di lui’, e questo intimo senso di
comunicazione d’esistenza è così forte e così coinvolgente ‘che essa
di tutto si scorda in un momento, e da tutti i legami più cari si
stacca; ella si chiude in casa sua, né sa più vivere che per suo
figlio, che le tien luogo di tutti’ (23); dopo oltre due secoli è
arrivata la nostra scienza moderna a farci scoprire bonding e
reverie materna.
Anche le attuali
discussioni sul rooming-in e l’attaccamento precoce al seno sono
state oggetto di riflessione già molti decenni orsono (almeno fin
dagli anni ’40) e un pediatra milanese poco noto, Ferdinando
Cislaghi, nel 1956 aveva il coraggio di scrivere: la nursery è
comoda per molti, meno che al neonato (24). A quando una seria e
onesta discussione sulla inutilità e sul danno iatrogeno prodotto
per decenni dai nidi delle nostre maternità ?
Per terminare la storia
della nascita di Diego, con la quale abbiamo iniziato questa
riflessione, dobbiamo raccontare che quel suo pianto insistente e
inconsolabile si è interrotto per pochi minuti soltanto quando è
stato portato vicino alla mamma (ancora sul lettino operatorio) e ha
potuto ascoltare la sua voce.
Mentre per noi operatori
il mercoledì mattina in cui Diego è nato rappresenta un comune e
feriale giorno lavorativo, per lui quello è stato il giorno più
importante della sua vita; per sperimentare ancora un cambiamento
esistenziale tanto impegnativo e significativo dovrà aspettare
l’ultimo secondo della sua vita.
________________________________
L’allattamento è la
prosecuzione della gravidanza, allorchè il bambino si è
trasferito dall’interno all’esterno, si è separato dalla
placenta, ha afferrato il seno e beve non più rosso, ma bianco
sangue. Beve sangue? Sì, sangue della madre, perché è questa la
legge della natura.
J. Korczak, 1920
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l’approccio Brazelton. Medico e Bambino, 2003;3:171-175
22. Dolce L. Dialogo
della istitution delle donne. Venezia, Gabriele Gioito de’ Ferrari,
1547
23. Fantini A. Discorso
sopra l’allattamento de’ bambini. Venezia, Stamperia Graziosi a
S.Apollinare, 1794
24. Cislaghi F. Sul
problema del rooming-in. in: Scritti in onore del prof. Ivo Nasso.
Milano 1956
_______________________
Testo tratto dalle
relazioni tenute al convegno “Le prime tappe del viaggio della vita
viste con gli occhi del bambino”, Reggio Emilia 22-23 novembre 2007
e al convegno “Da madre di padre in figlio. Nascita di una
famiglia”, Milano 13 ottobre 2007.