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Attenzione !
sto nascendo
(Alessandro Volta)
Nessuno di noi
purtroppo è in grado di ricordare la propria nascita; però
possiamo tentare di immaginarci cosa abbiamo vissuto in quel
momento. Questa operazione permette di comprendere più a fondo la
nascita dei nostri figli e, nel contempo, provare a rivivere la
nostra nascita.
Sappiamo che stare
nella pancia della mamma immersi nel liquido permette di non sentire
la forza di gravità e quindi di stare comodi anche a testa in giù.
Il liquido che ci avvolge riesce a ridurre gli stimoli luminosi e ad
attenuare quelli uditivi; possiamo sentire bene i rumori
dell’intestino della mamma e un pò più lontano il rumore del suo
cuore e del suo respiro. In pratica non siamo mai veramente in
silenzio e non siamo mai veramente immobili; anche quando la mamma
dorme, il movimento ritmico del suo respiro (tramite il diaframma)
riesce a dondolarci. Le pareti dell’utero ci toccano e ci
accarezzano continuamente soprattutto nelle ultime settimane di
gravidanza quando lo spazio diventa veramente poco (nei momenti nei
quali la mamma cammina il massaggio dell’utero è un vero piacere
!).
Quando è ora di nascere il nostro cervello
incomincia una stretta corrispondenza con quello della mamma: ci
mandiamo diversi messaggi sotto forma di ormoni per metterci
d’accordo sul da farsi. La placenta si attiva per organizzare
l’evento e l’utero comincia a lavorare per prepararci la via
d’uscita.
Le contrazioni hanno proprio questa funzione
preparatoria e questo ci provoca una riduzione di sangue e di
ossigeno. Niente paura però, perché fortunatamente noi neonati
siamo tutti “doppati”; la natura infatti, conoscendo bene la
difficoltà di nascere, ci ha fornito un sangue speciale per
sopportare la carenza di ossigeno: abbiamo infatti l’ematocrito
come quello di alcuni atleti “doppati” (noi l’eritropoietina non
la compriamo al mercato nero, ma ce la produciamo da soli). Inoltre
siamo già abituati a stare con poco ossigeno: la mamma non riesce a
respirare per due e così ci siamo abituati a vivere come gli
alpinisti a 7000-8000 metri di altitudine.
La nostra resistenza alla carenza di ossigeno ci sarà
molto preziosa subito dopo la nascita per resistere un po’ di
minuti se l’aria non arriva subito nei polmoni e nel sangue; per
questo siamo molto più forti degli adulti e possiamo sopportare
anche alcuni minuti di arresto respiratorio senza rischiare danni al
cervello.
Per riuscire a passare senza danni dal canale del
parto, ancora una volta, la natura ci ha fornito di mezzi speciali:
le ossa del nostro cranio infatti non sono unite tra loro e questo
rende la nostra testa molto elastica (se occorre possiamo ridurre la
circonferenza cranica anche di due centimetri); anche tutte le altre
ossa e articolazioni del nostro corpo sono molto elastiche e
resistenti alla trazione.
E pensare che gli adulti ci considerano deboli e
delicati; in realtà sarebbero proprio loro a non essere in grado di
sopportare senza danni il trauma della nascita.
Quando finalmente riusciamo ad uscire con la testa e
le spalle capiamo che la fatica è quasi finita. Ma subito dopo ci
accorgiamo che quanto avevamo vissuto fino a quel momento è stato
completamente stravolto e le nuove sensazioni sono tanto diverse che
ci sembra quasi di morire.
Immediatamente ci sentiamo cadere a causa di una
forza nuova che ci attira verso il basso, poi siamo colpiti da luci
violente e i rumori, senza il filtro del liquido amniotico, ci fanno male; anche
se la stanza è calda sentiamo freddo perché siamo bagnati (è un
po’ come uscire da una doccia calda). Non cadiamo perchè mani
sicure ci sostengono, ma essere toccati e afferrati in quel modo è
spaventoso; dov’è finito il massaggio dolce dell’utero ?
Tutto questo sconvolgimento però ha una certa utilità:
il nostro cervello, registrando queste sensazioni, capisce che è
cambiato tutto e velocemente invia precise istruzioni agli organi
sotto il suo controllo. Avvisa la gabbia toracica e i polmoni di far
entrare aria, ma gli alveoli fanno fatica ad aprirsi perché devono
vincere la resistenza elastica iniziale (è la stessa fatica che si
incontra quando si deve gonfiare un palloncino di gomma, dopo lo
sforzo iniziale però continuare a far entrare aria è molto più
facile). Per eseguire con efficacia questo comando ci siamo abituati
a piangere e questo aumenta la forza del nostro respiro; e poi
abbiamo molti motivi per lamentarci !
Intanto il sangue del cordone ombelicale che prima
andava alla placenta, ora torna indietro al nostro cuore ed è
disponibile per i polmoni. In utero i nostri polmoni non
dovevano funzionare e pertanto era inutile che ricevessero sangue;
adesso che contengono aria hanno bisogno anche di sangue per
trasportare l’ossigeno al resto del corpo. In pochi secondi quindi
il nostro cuore deve cambiare la sua circolazione (ma la natura lo
sapeva e aveva ancora una volta predisposto tutto); mentre in utero
il sangue venoso e arterioso poteva mescolarsi, adesso in una
manciata di minuti si è realizzata la separazione del cuore di
destra e del cuore di sinistra; si è così formata la circolazione
polmonare e quella sistemica che ci accompagnerà per tutto il resto
della vita.
Quasi senza accorgercene ci ritroviamo a saper
respirare da soli e a saper ossigenare autonomamente i nostri
organi; e nessuno ce lo ha insegnato !
Già due o tre minuti dopo la nascita, se qualcuno ci
asciuga e ci abbraccia, riusciamo a rilassarci e a smettere di
lamentarci, allora possiamo aprire gli occhi e guardarci intorno
soddisfatti.
In pochissimi minuti, nonostante tutto intorno a noi
sia cambiato, nonostante il nostro organismo abbia modificato tutte
le sue funzioni, ci sentiamo bene, adattatati al nuovo stato quasi
non fosse successo niente: probabilmente è questo il vero miracolo
della nascita, che nessun scienziato potrà mai spiegare.
Adesso che siamo tranquilli in braccio alla mamma
(come è bella anche da fuori !) il nostro viso è rilassato e
sembra esprimere tutta la fiducia possibile per il futuro. Capiamo che si stanno preparando due belle bisacce per il
latte e più su scorgiamo un viso stanco ma quasi più felice del
nostro. Se stiamo attenti (e se intorno non c’è troppa
confusione) ci accorgiamo che è presente un’altra persona
emozionata; fino ad oggi l’avevamo percepita da lontano, ma non
l’avevamo ancora conosciuta bene. Dobbiamo ora toccarne la
pelle e annusarne l’odore: speriamo che qualcuno ci porti tra le
sue braccia. Nessuno ci ha detto che quello è il papà, ma ognuno
di noi alla nascita ha già dieci miliardi di cellule nel cervello e
dentro ognuna di queste cellule sono presenti 46 cromosomi, metà di
questi erano suoi… .
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