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ROOMING-IN
(*)
(Alessandro Volta)

Rooming-in, insieme dall’inizio
(Blog)
Quando
è cominciato
il rooming-in e chi lo ha inventato ? La prima domanda ha una
risposta facilissima: il rooming-in è nato circa 100000 anni fa
durante il pleistocene.
In
quegli anni si partoriva nelle caverne, con poca igiene e molta
scomodità; la mamma scaldava il neonato e lo nutriva per 4-5 anni
col proprio latte.
Successivamente
ci è stato tramandato un altro rooming-in che era programmato in
una locanda, ma per problemi tecnici è poi avvenuto in una
mangiatoia; come oggi anche in quell’occasione l’arrivo di
visitatori (i pastori), ha impedito di mantenere nella stanza la tranquillità e la
privacy necessarie dopo un parto.
Nei
secoli successivi si è continuato a partorire in ogni luogo, ma la
mamma e il bambino rimanevano insieme per tutto il puerperio.
E’
stato solo negli ultimi cinquant’anni che, spostando
il parto in ospedale, si è cominciato a pensare che la mamma e il
bambino potevano essere separati. Nella visione scientifica della
nostra medicina moderna la mamma che ha partorito ha necessità
assistenziali specifiche e il suo bambino deve essere accudito da
personale specializzato.
Effettivamente
questo modo di procedere ha permesso di ridurre enormemente l’alta
mortalità della mamma e del neonato; solo all’inizio del ‘900
morivano nel mondo occidentale circa il 18% dei bambini nel primo
anno di vita, oggi ne
muore meno dello 0.5%.
Questo
eccezionale risultato è stato possibile per l’uso degli
antibiotici, per il monitoraggio della sofferenza fetale e per la
possibilità di nascere per via chirurgica. Nella riduzione della
mortalità materna e neonatale non ha invece contribuito la
separazione del neonato dalla sua mamma.
Veniamo
a questo punto alla risposta alla seconda domanda: chi ha inventato
il rooming-in moderno?
Un
neonatologo francese, Pierre Budin, nel 1907 scrisse un lavoro nel
quale osservava che “le madri separate precocemente dai loro
bambini perdevano interesse per coloro che sono state incapaci di
curare e nutrire”. Durante la seconda guerra mondiale, a causa
della carenza di personale, in alcuni ospedali si iniziò a tenere i
neonati in camera con la mamma allo scopo di farli accudire e
alimentare da lei; ci si accorse che in questo modo la mortalità
per infezione calava sensibilmente.
E’
stato però solo dopo gli anni ’70 che gli studi di psicologia
neonatale hanno messo in evidenza quanto fosse importante per il
benessere del neonato rimanere vicino alla madre. In particolare gli
studi di Bowlby e poi quelli di Winnicott e Brazelton, hanno
permesso di dimostrare che il rooming-in era la strada maestra per
ottenere un efficace attaccamento madre-bambino. I vantaggi
riguardavano anche la capacità di allattare e di accudire il
bambino; a distanza di mesi chi aveva potuto seguire un regime di
degenza assieme al bambino mostrava significativi benefici nella
relazione col figlio.
Lentamente
si è iniziato a capire che il neonato sano non aveva bisogno
di personale specializzato che lo accudisse al posto della mamma;
l’azione dell’esperto doveva invece aiutare la madre a
sviluppare e a far emergere innate e istintive competenze.
In
futuro verrà chiesto sempre più di inventare strutture e schemi
organizzativi che favoriscano il legame mamma-bambino. Per evitare
di dover portare a domicilio l’ospedale occorrerà impegnarsi per
portare un po’ di casa in ospedale; il rooming-in andrebbe
considerato come la fase iniziale di questo ovvio e apparentemente
banale tentativo.
(*)
Significa "dentro la stanza" e si riferisce
alla pratica ospedaliera di tenere il neonato in camera con la
propria
mamma, anzichè al nido.
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