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Il
tabù del contatto
(Alessandro
Volta)
Il
prototipo di tutto il prendersi cura del
bambino è nel tenerlo in braccio.
(D.W.Winnicott)
Cercando
ricette in vecchi numeri della Cucina Italiana, abbiamo scoperto che
negli anni ‘50 la rivista non trattava soltanto di cucina, ma
intratteneva le sue lettrici anche con argomenti di puericultura
dedicando uno spazio ai quesiti dei lettori. In una di queste
lettere e nella relativa risposta, a nostro avviso, appare
chiaramente come in quegli anni veniva considerata la relazione
genitori-figlio. In parte le idee e le pratiche di quel periodo sono
arrivate fino ad oggi e ancora capita di sentirsi chiedere:
“tenendolo in braccio non rischio di viziare il mio bambino ?”.
Lettera
da un marito.
(…)
Il bimbo è nato sano e pacifico, e le prime notti trascorse a casa
dopo il ritorno di mia moglie e del piccolo dalla clinica sono state
tranquillissime. Ma una sera, all’improvviso, forse per uno di
quei lievi malesseri che nei neonati è tanto difficile prevedere,
il bambino ha cominciato a piangere. Naturalmente mia moglie ed io
ci siamo molto impressionati; siamo balzati dal letto agitatissimi
entrambi, abbiamo tirato su il bambino dal lettino e, così, avvolto
in una coperta, abbiamo cominciato a cullarlo a turno, camminando su
e giù per la stanza e canticchiando a bassa voce. Un po’ per
volta il piccolo si è calmato, ma non appena uno di noi accennava a
riadagiarlo nella culla, riattaccava con strilli che andavano alle
stelle.(…)
Mia
moglie afferma che sono stato io che, la prima sera, ho subito
sollevato il bambino dalla culla e ho cominciato a vezzeggiarlo; io
ribatto che è stata lei che, dopo i vani tentativi di rimetterlo giù,
ha continuato a portarlo a spasso per la casa.(…)
Risposta.
(…)
Lei dal canto suo, non deve impressionarsi se il bambino
riattaccasse a piangere, perché in questo caso (a meno che il
bambino non sia ammalato) si tratterà senz’altro di capriccetti
che vanno eliminati con fermezza, fino dalla più tenera età. Forse
le prime volte il piccolo, non vedendosi più accontentato,
continuerà a piangere, ma lo lasci fare; quando avrà visto vani
tutti i suoi mezzi di persuasione, si calmerà da solo. Questa non
è “durezza di cuore” (come qualcuno ancora afferma), bensì
l’unico sistema per correggerlo da questa cattiva abitudine (…).
da La Cucina Italiana
Dicembre 1956
~
Questo
padre si aspettava un figlio pacifico che lo lasciasse tranquillo;
stava filando tutto liscio quando una notte improvvisamente, senza
nessun segno premonitore, il bambino ha iniziato a piangere. Nessun
dubbio che quel pianto rappresentasse una modalità di esprimersi
del bambino; quel pianto è vissuto soltanto come una tremenda
scocciatura che interrompe il sonno. Questi due genitori sono
impressionati dal pianto, come se loro figlio si fosse messo ad
abbaiare o a belare o come se a loro stessi non fosse mai capitato
di piangere. Fortunatamente, nella loro totale incapacità e
incomprensione, vengono colti dall’istinto, quel istinto innato,
fino a quel momento sopito, ma risvegliato e sollecitato da
quel pianto provvidenziale. Istintivamente fanno quello che dovevano
fare: lo prendono in braccio e lo cullano. Fanno, inconsapevolmente,
ciò che da migliaia di anni ogni genitore fa col proprio bambino
nei momenti di difficoltà. Questi poveri genitori subiscono però
la frustrazione dell’insuccesso (ma sembra che non ne siano per
nulla abituati) e vedendo gli strilli andare dritti alle stelle (o
forse semplicemente al piano di sopra), si interrogano in quale
imperdonabile errore sono caduti. Nella prima ipotesi è il padre ad
essere colpevole di grave vezzeggiamento, colpevole cioè di avere
espresso sentimenti d’amore verso il proprio bambino; la seconda
ipotesi vede la madre incapace di far stare il bambino al suo posto,
cioè nella culla (ma potremmo definirla cuccia o gabbia). Questa
madre si prende il lusso di girare per casa col bambino in braccio,
e sembra quasi provarne piacere; nessun dubbio sul perché nel resto
del mondo, da millenni, milioni di madri (e di padri) vivono e
lavorano con un figlio piccolo aggrappato addosso (ma forse fanno
così perché sono poveri).
La
risposta dell’esperto permette di capire perché, in questa società
occidentale della passata generazione, si arrivasse con tanta
naturalezza a formulare quesiti tanto assurdi. La risposta
dell’esperto è senz’altro e di gran lunga peggiore della
domanda e soprattutto dimostra quanto, ad ogni livello culturale,
quella società civile era lontana dall’aver compreso il mondo
dell’infanzia. Probabilmente in nessuna realtà pretecnologica
sarebbe nata una risposta come quella costruita dal nostro esperto,
dimostrando come il maternage e la puericultura non hanno delle vere
basi scientifiche, ma sono principalmente il prodotto di fattori
culturali e sociali.
L’esperto
fa diagnosi differenziale: non trattandosi di malattia, il piccolo
è affetto da capriccetti (nessun dubbio che psiche e soma possano
avere qualche piccolo punto di contatto); ma niente paura, perché i
capriccetti possono essere guariti, l’importante è agire in
fretta e con fermezza. L’esperto, non lo dice, ma fa intendere che
questo inconveniente è stato provocato dal comportamento poco
corretto di questi genitori che al primo pianto sono caduti nella
trappola tesagli dal loro furbo piccoletto. E’ necessario
riportare tutto nel giusto binario: il bambino, anche se ancora
piccolo (ma forse proprio per questo) deve capire quale è il suo
posto e quale è l’ordine delle cose. Il suo pianto non è
provocato da alcuna malattia, pertanto è irrazionale e privo di
diritti; occorrerà un po’ di tempo, ma alla fine comprenderà che
i suoi richiami non otterranno risposta e ogni suo tentativo
di persuasione non potrà che fallire. Si cerca di convincere quei
due poveri genitori sull’utilità che il loro bambino
sperimenti fin dalla tenera età la frustrazione di non avere
risposte d’amore provando sulla propria pelle l’angoscia
dell’abbandono; questo lattante dovrà arrivare a non desiderare
più l’abbraccio e il contatto, tanto sono stati frustrati i suoi
tentativi.
Alla
fine all’esperto viene un dubbio riguardo la “durezza” di un
tale consiglio, ma il cattivo pensiero viene velocemente rimosso
attraverso il giudizio insindacabile che questi pianti altro non
sono che cattive abitudini (con le quali stranamente quasi tutti i
bambini nascono) e dalla certezza granitica che comunque non
esistono altri mezzi di correzione. Resistere ai richiami del
bambino è faticoso (e probabilmente innaturale), ma viene fatto
tutto per il suo bene e per la sua educazione (oggi potremmo dire
per il suo addomesticamento). Poco importa se da grande questo
bambino, che ha sperimentato dai primi giorni di vita la perdita di
un abbraccio amoroso, potrà ritrovarsi incapace d’amare, indeciso
tra esprimere varie forme di nevrosi o una sana e liberatoria
violenza.
PS.
Forse a qualcuno può essere sfuggito, ma l’articolo è stato
intitolato lettera da un marito e non lettera da un papà…
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