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Per
favore, non toccare!
(Alessandro
Volta)
Se
mi concentro per ricordare la frase ricorrente della mia infanzia,
senz’altro risento un energico e deciso ‘non toccare!’: sicuramente
detto a fin di bene per evitare danni a me stesso e alle cose (e
l’aneddotica famigliare abbonda delle mie azioni rovinose).
Ma dopo quasi
mezzo secolo, oggi come allora, alla frase citata segue nella mia
mente la domanda ‘perché?’. Un po’ è inevitabile che un genitore sia
avaro di motivazioni (‘quello che ti dico è giusto ed è per il tuo
bene’) però qualche spiegazione ulteriore forse mi avrebbe aiutato –
ed educato – ad agire con maggiore consapevolezza, permettendomi di
regolare il comportamento in maniera più autonoma anziché seguire i
comandi e i desideri della mamma.
In realtà una
domanda molto interessante che qualcuno avrebbe potuto pormi sarebbe
stata: ‘ma perché tocchi tutto?’. Avrei così potuto rispondere che
avevo bisogno di manipolare per verificare forme e consistenza;
avrei aggiunto che, limitandomi a guardare, non avrei potuto sapere
cosa succede ad un oggetto messo in movimento dalle mie mani.
Attraverso questa domanda forse avrei iniziato a riflettere che non
è poi necessario toccare tutto, che qualcosa può anche essere
soltanto osservato e che gli oggetti non esistono solo per me e per
le mie mani.
Oggi sappiamo
molto bene che fin dalla prima infanzia la manipolazione autonoma e
creativa degli oggetti, e della realtà fisica in generale,
rappresenta un’esperienza essenziale per lo sviluppo della mente. Il
cervello infatti si sviluppa a seguito degli stimoli che riceve nel
corso delle prime esperienze ed è lo stimolo prodotto
dall’esperienza a creare effetti sull’espressione del potenziale
genetico. In questo senso l’ambiente diventa più importante della
genetica, l’esperienza più del temperamento e delle caratteristiche
innate.
Il primo segno di
un’evoluta capacità cognitiva lo troviamo nella coordinazione tra
visione e prensione, all’incirca a metà del primo anno di vita. In
seguito il bambino impara ad agire sulla realtà che lo circonda
lanciando gli oggetti e producendo suoni attraverso la loro
manipolazione. Il piacere di lanciare e farsi riportare un
giocattolo in modo ripetuto e senza mai annoiarsi dimostra quanto
sia importante per un lattante questo tipo di attività.
Quando il bambino
manipola un oggetto ne costruisce automaticamente un’immagine
mentale: forma, colore, consistenza, prospettive, rimangono impresse
nel suo cervello per sempre e vanno a costituire un database ricco e
variegato dove tutti gli oggetto esplorati vengono classificati e
collegati tra loro. Inizia così nel primo anno di vita un sapere
fondamentale che indirizzerà il successivo sviluppo neurologico e
che sarà la base per ogni altra conoscenza.
Il saper fare
precede il sapere astratto, come quello verbale e simbolico.
Soltanto dopo aver a lungo manipolato la palla il bambino riesce a
possederla nella mente sotto forma di immagine mentale; a seguito di
questa conoscenza tattile e concreta si svilupperà la conoscenza
astratta e sarà possibile attribuirle un nome; così, richiamando il
nome, comparirà l’immagine mentale della palla anche in sua assenza.
Toccare serve
dunque anche per imparare a parlare e questa esperienza concreta si
dimostra necessaria per sviluppare il pensiero e le altre attività
cognitive.
Ma quali sono gli
oggetti che permettono ad un bambino piccolo le esperienza migliori?
La risposta la può
dare soltanto il bambino stesso attraverso il suo comportamento. A
questo proposito ricordo uno dei miei figli di pochi mesi manipolare
e addirittura parlottare con un voluminoso fiocco rosso residuo di
un pacco natalizio. Ma ricordo anche il mio stesso interesse
(documentato da una vecchia foto in bianco e nero scattatami all’età
di tre anni) per un normalissimo ma misterioso cavatappi. Credo che
alla fine il best-seller manipolatorio per ogni gattonatore che si
rispetti sia rappresentato dal primo cassetto della cucina (quello
più facilmente raggiungibile e adeguatamente controllato dai
genitori): vi si potranno trovare cucchiai di legno o di plastica
(meglio se colorati), stampini per i biscotti, spatole arrotondate,
sottopentola artistici, strofinacci e presine (molto buone quelle
della nonna fatte all’uncinetto), vecchi rocchetti oppure quei
grossi ganci adesivi di plastica un po’ kitsch ma interessanti,…
tutto comunque senza marchio o etichette certificate, e la
palestrina progettata per i nuovi Einstein regalataci dai parenti
durerà pochi giorni, molto presto il bambino si stancherà dei soliti
oggetti che lo guardano muti e distratti.
Ricordiamo inoltre
che immagini che non possono essere manipolate o che non possono
essere esplorate con tempi e modi controllati dal bambino, risultano
inevitabilmente incomprensibili e confondenti e rappresentano quindi
un’esperienza destabilizzante e negativa. Immagini di questo tipo
sono quelle del video - TV e PC - che non dovrebbero essere
utilizzate nei primi 2-3 anni di vita.
L’esperienza del
bambino può anche essere favorita o promossa da un adulto, ma deve
comunque essere un’esperienza attiva e individuale; per essere
efficace deve essere guidata dal bambino stesso, deve cioè iniziare
quando a lui la cosa interessa e deve svilupparsi in base alle
sollecitazioni che la sua mente articola in quel determinato
contesto; anche il termine dell’esperienza avverrà quando l’effetto
prodotto avrà raggiunto il suo scopo e la sua pienezza. Questo per
dire che l’interferenza dell’adulto è il più delle volte inopportuna
e fuorviante, perché l’azione dell’adulto sarà inevitabilmente
guidata da categorie mentali del tutto diverse. Il bambino vede cose
che noi grandi non possiamo neppure immaginare; un oggetto per lui
può avere significati immaginifici inaccessibili alle nostre
categorie mentali, per lui davvero ‘l’essenziale è invisibile agli
occhi’ (e la frase è in bocca ad un piccolo principe….).
Se l’azione del
bambino sarà autonoma e libera da condizionamenti esterni, risulterà
anche creativa ed efficace. Il genitore attento si preoccuperà di
lasciar fare, di lasciare toccare, di lasciare leccare; per non
interferire e per sorvegliare sulla sicurezza, si manterrà a
distanza aspettando di essere coinvolto, se e quando necessario.
Tutto questo è un
incredibile e favoloso ‘passo a due’ dove il protagonista è il
bambino e l’assistente è l’adulto: come due ballerini, si avvicinano
e si allontanano, si toccano e si lasciano, a volte piroettano
insieme (il più piccolo in braccio al più grande), altre volte il
grande si ferma ad osservare e il protagonista prende la scena
riempiendo il palcoscenico con la propria vitalità e creatività.
Honegger Fresco ha
osservato che dopo i progetti ‘Nati per leggere’ e ‘Nati per la
musica’ (che si propongono di stimolare e promuovere la lettura
precoce ad alta voce e l’ascolto/produzione di suoni fin dalla
nascita), forse sarebbe opportuno lanciare un progetto ‘Nati per
fare’, così da sensibilizzare i genitori dell’importanza che i
bambini manipolino in maniera libera e creativa.
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